La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, allo stadio San Siro, ha visto tra i protagonisti Mariah Carey e Andrea Bocelli. I riscontri sono stati generalmente entusiastici, sebbene con alcune sfumature diverse tra la critica internazionale e il calore del pubblico presente allo stadio.
Mariah Carey.
La popstar americana ha sorpreso tutti con una versione di Volare cantata in italiano. Il pubblico ha apprezzato il gesto, ma la critica internazionale ha giudicato la performance un po’ “kitsch” e sovrastante rispetto alla solennità del contesto. Per altri, invece, l’esibizione della popstar è risultata una buffonata in “stile americano”. Molti hanno trovato la sua interpretazione di Volare quasi caricaturale:
- il brano è stato eseguito con imprecisioni e con una dizione giudicata “inascoltabile”;
- l’abito non rappresentava minimamente la tradizione e la cultura italiana, risultando quindi completamente fuori luogo.
In sintesi, oltre alle scelte di look (che per Mariah Carey sono da sempre dichiaratamente sopra le righe), il contrasto tra il suo stile “R&B divistico” e un classico della musica italiana è stato visto da molti come un’operazione puramente commerciale, priva di vera anima e soprattutto di rispetto per il brano originale.
Andrea Bocelli.
Ha eseguito Nessun dorma. È stato per molti il momento più emozionante della serata, accolto da una standing ovation. Il cantante toscano si è confermato, per una parte del pubblico, come la voce simbolo dell’Italia nel mondo. Per altri, invece, Bocelli non rappresenta lo stato dell’arte della voce lirica italiana, ma anzi è visto come qualcuno che la scredita per mancanza di eleganza, di precisione, di un timbro classico adeguato e di una padronanza tecnica ed espressiva all’altezza delle richieste del belcanto. La sua performance è stata percepita come un cliché istituzionale, che non aggiunge nulla di nuovo e che risulta quasi “automatico” e approssimativo.
La scelta artistico-estetica ha diviso profondamente il pubblico, anche perché una cerimonia di apertura è, prima di tutto, un fatto culturale.
Quando si cerca di rendere “pop” e mastodontico qualcosa che nasce come arte pura e raffinata, la linea tra tributo e caricatura grottesca diventa sottilissima. Vedere icone della nostra storia trasformate in gonfiabili o strutture meccaniche può dare l’impressione di una svendita culturale, pensata per il consumo rapido delle telecamere internazionali.
L’uso di “fantocci” o installazioni giganti che richiamano i grandi artisti del passato è una tecnica scenografica che rischia di trasformare il genio italiano in una parata da Luna Park. Per chi vive la cultura italiana dall’interno, queste rappresentazioni che sacrificano la sostanza in favore del colpo d’occhio e dello stupefacente risultano superficiali, quando non addirittura vergognose.
Il “regista” e responsabile dell’intera visione creativa della cerimonia è Marco Balich, attraverso la sua Balich Wonder Studio. È considerato il “re” delle cerimonie olimpiche, ma il suo stile punta tutto sul wow factor e su una narrazione visiva ad altissimo budget per i telespettatori globali, anche a costo di risultare superficiale per chi conosce davvero la cultura rappresentata. Per Milano-Cortina ha lavorato con un team internazionale (inclusi nomi del Cirque du Soleil), il che spiega un’estetica da Las Vegas. Il risultato, per molti, è stato percepito come una caricatura meccanica, priva di quell’eleganza che dovrebbe contraddistinguere il Made in Italy.
Organizzare uno show come quello di apertura dei Giochi Olimpici comporta costi che si aggirano tra i 20 e i 50 milioni di euro. Il pacchetto complessivo per tutte le cerimonie (San Siro, Verona e Paralimpiadi) ha un budget stimato di circa 68 milioni di euro. La società di Balich ha vinto l’appalto e gestisce l’intero budget di produzione. Sebbene il suo compenso personale non sia pubblico, i margini per la sua società sono presumibilmente molto elevati. Questi numeri alimentano il senso di distacco tra investimento e resa. Spendere decine di milioni per un’estetica “di plastica”, giustificata da un marketing globale pensato per piacere alle televisioni americane e cinesi, calpestando la sensibilità, la tradizione e la cultura di un Paese, è qualcosa di profondamente vergognoso. È la cosiddetta culture washing, che utilizza simboli sacri come semplici accessori per uno show, ignorando la differenza tra un’opera d’arte e un gonfiabile.
Quando un team creativo, seppur guidato da un italiano come Balich, ragiona con una mentalità da super-produzione internazionale, accade quanto segue:
- Il cliché al posto della sostanza. Invece di far emergere la potenza di un’opera di Puccini o la genialità di Leonardo, questi diventano semplici “sfondi” per far risaltare la popstar di turno. L’arte italiana smette così di essere protagonista e diventa un accessorio.
- La mancanza di rispetto per l’estetica. Un’estetica che non cerca la bellezza, ma solo la dimensione: se è grande, allora deve essere bello. È la logica delle parate di Las Vegas o dei parchi divertimento, che cozza violentemente con la sensibilità di chi è cresciuto circondato dal vero Rinascimento.
- Artisti fuori contesto. Chiamare Mariah Carey a cantare Modugno è come chiedere a un pittore cubista di restaurare un affresco del Quattrocento: può essere un grande artista nel suo campo, ma il risultato sarà sempre un’offesa all’originale.
Purtroppo le grandi organizzazioni, come il CIO, preferiscono affidarsi a chi garantisce che lo show inizi e finisca al secondo esatto per esigenze televisive, piuttosto che a chi potrebbe creare qualcosa di realmente artistico ma meno “controllabile”.
Il problema è strutturale. Finché la direzione artistica sarà affidata a chi vede la cultura come un prodotto da vendere e non come un valore da trasmettere, il risultato sarà sempre lo stesso:
- artisti fuori posto usati come figurine per attirare “like”;
- coreografie giganti per nascondere la mancanza di idee;
- costi esorbitanti per un’estetica che scivola nel volgare.
È un peccato mortale, perché l’Italia avrebbe migliaia di veri talenti — musicisti, registi teatrali, scenografi — capaci di far tremare il mondo senza bisogno di far cantare l’italiano a chi non lo sa pronunciare o di gonfiare pupazzi di gommapiuma.
A questo punto, l’unica speranza è che gli atleti e le loro storie riescano a ripulire il campo da questo circo, riportando l’attenzione sulla fatica e sul merito, le uniche cose autentiche rimaste in questa manifestazione.
Speriamo che, spenti i riflettori, torni protagonista il talento vero. È davvero triste vedere come l’Italia, patria della bellezza, debba raccontarsi al mondo attraverso pupazzi giganti ed esecuzioni artisticamente molto discutibili.
No Comments