Categoria: Riflessioni

#metoo

– meccanico dentista che, mentre sono sulla sedia con una morsa che mi blocca la bocca, mi tocca il seno. Resto talmente sconvolta che non solo non grido, ma non riesco a dirlo a nessuno. Mai. È successo quaranta anni fa, avevo 13 anni.

– quattro tipi in macchina che di notte mi tallonano, mi superano e con una paletta uguale a quelle della polizia mi gridano di fermarmi. Accelero. Vivo qualche minuto tipo telefilm americano, con la differenza che è vero, sono sola e terrorizzata. Mi seguono fino davanti al cancello di casa, se ne vanno solo quando esce mio padre che tenta, senza riuscirci, di prendere il numero di targa. Denuncia contro ignoti.
Mai più uscita in auto di sera senza essere accompagnata da qualcuno. Anni 21.

– cinque ragazzi in uno scompartimento di un treno all’alba: mi accerchiano, allungano le mani, pronunciano oscenità. Resisto immobile e agghiacciata, poi vedo passare il controllore e con uno scatto animalesco mi lancio nel corridoio. Prima di riuscire a farmi capire, i cinque si sono defilati. Impossibile rintracciarli. Succede tra Campiglia e San Vincenzo. Dopo due ore scendo a Firenze, vado all’Università e riesco a fare l’esame di Estetica musicale.
Anni 23.

– innumerevoli epiteti e proposte, entrambi indecenti, provenienti da maschi solitamente motorizzati.
Più o meno di continuo, anche adesso che sono una donna chiaramente attempata.

Non ho mai portato minigonne, tacchi, calze a rete, mai esibito rossetti sgargianti, spacchi, scollature. Non ho mai volutamente attizzato il testosterone di nessuno, ma non trovo nulla da eccepire nei confronti di chi decida di farlo.
Come tante, come la maggior parte di noi, ho sempre voluto soltanto poter camminare, viaggiare, studiare, curarmi: senza paura, senza quel senso di nausea e di ribrezzo che sa di molestia e di violenza, libera.
Purtroppo è ancora un sogno, a cui vorrei credere ancora.

Expo

Qualcuno per favore mi spieghi il motivo per cui c’è bisogno del pianoforte di Puccini per inaugurare una cosa che con l’arte c’entra, come diceva il mi nonno, quanto il culo con le quarant’ore (scusate il francesismo).

L’infanzia rubata

Non era il 25 aprile e nemmeno il ’45, ma quando penso a cosa possa significare la fine della guerra per chi l’ha vissuta, l’immagine é questa: un bambino sul greto di un fiume, circondato dalle macerie del suo paese distrutto; a poca distanza, alcune donne che lavano i panni, cantando. All’improvviso una di loro, la madre del bambino, si ferma, si alza e guarda lontano, verso una sagoma che si avvicina lentamente. Poi un urlo di gioia e una corsa sfrenata tra le braccia del suo uomo, finalmente tornato a casa, salvo. Il bambino fissa la scena immobile, l’emozione lo paralizza: ha più di dieci anni e vede suo padre per la prima volta, gli ci vorranno anni per riuscire a manifestargli il suo affetto, ma questo ancora non lo sa. Quel bambino era mio padre, che mille volte mi ha raccontato quel momento e ogni volta con lo sguardo lucido di un uomo a cui é stata rubata l’infanzia.

Riflessioni

Succede che ti siedi al pianoforte carica di parecchia sporcizia esistenziale e mentre suoni senti che ti purifichi, una nota dopo l’altra. Quando ti alzi tutto é cambiato e ti viene voglia di dire grazie alla musica, a chi ti ha permesso di conoscerla e a chi ha impedito che l’abbandonassi.